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Lui è Emran. Ha 14 anni. È solo un ragazzino

Emran

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Lui è Emran. Ha 14 anni. Un ragazzino. Piange.

Dalla Somalia è giunto da solo in Libia dove come benvenuto è stato sbattuto in prigione. Il suo compagno di cella, un etiope ridotto pelle e ossa, è stato lasciato morire di fame. Emran voleva aiutarlo. Ma i carcerieri glielo hanno impedito. Dopo due giorni, il compagno è morto.
Come se non bastasse, Emran è stato riempito di botte. Così forte lo hanno pestato da fargli perdere la vista da un occhio.
Prima ha visto la morte e poi ha perso la vista.
Emran, dolorante e con un solo occhio buono, è riuscito a salire su un barcone di disperati per lasciarsi alle spalle l’inferno.
Il barcone in panne viene soccorso da Open Arms ed Emran, scampato alla morte, chiede solo una cosa ai soccorritori:
“Potete avvisare mia mamma?”
Solo questo chiede.
Pensa solo alla preoccupazione della madre. Non gli importa di tutto il male che ha incontrato nella sua breve vita. Pensa alla mamma preoccupata per lui.

Dall’altro lato del mare, un padre, un papà come ama definirsi Salvini, strafogandosi davanti ad un piatto di tortellini col ragù, dice alla nave che ha soccorso Emran che “i porti sono chiusi. La pacchia è finita”.
La pacchia.

La pacchia Emran non l’ha mai vista. E chissà se mai troverà un po’ di pace. Cerca solo di vivere. E adesso è vivo.
Fatelo sapere alla madre.
Per favore.